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Indossiamo tutti una maschera?

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Ci presentiamo agli altri in modo da ottenere un qualche effetto e di orientare le aspettative.



Carnevale a parte, non hai l’impressione che spesso le persone indossino una maschera, per dare di se stessi una determinata impressione?

 





Perché indossiamo una “maschera”?

L’esigenza di proteggersi con una maschera nasce quando diciamo a noi stessi: “Così come sono non posso essere amato/accettato dagli altri. Devo mostrarmi diverso”. Può accadere in seguito a situazioni particolari, come un colloquio di lavoro, o andando a conoscere i futuri suoceri, ma accade anche quotidianamente, senza uno specifico motivo.

Di volta in volta presentiamo alcuni aspetti della nostra identità e ne nascondiamo altri, in funzione della relazione che vogliamo instaurare: il nostro modo di porci nella relazione è in gran parte dovuto al tentativo di orientare le aspettative e, di conseguenza, il comportamento dell’altro, nella direzione desiderata.

Quanto più pensiamo che  così come siamo non verremo accettati, tanto più andremo alla ricerca di persone che possano apprezzarci, in modo da salvaguardare il nostro concetto di noi stessi.

Approfondimento: 
Autostima e autoefficacia
Integrare il proprio lato oscuro

Anche se, quando ci si sforza di presentare agli altri un’immagine falsa, si tende ad avere comportamenti esagerati, un po’ teatrali, che vengono notati, almeno inconsapevolmente. Ad esempio, chi vuole apparire sicuro di sé, di solito, è una persona che ha bisogno di mostrarlo, nel tentativo di compensare come si sente realmente.
Le persone che hanno più bisogno di approvazione ottengono di meno e le persone che hanno meno bisogno di approvazione ottengono di più
Wayne W. Dyer
Da un punto di vista comunicativo, la rivelazione di se stessi si può distinguere in:
1. Rappresentazione di sé voluta, che è l’immagine che vogliamo dare di noi. Da questo punto di vista, siamo tutti come dei venditori che vanno in giro a reclamizzare il loro brand
2. Rivelazione di sé non voluta, che passa attraverso componenti della comunicazione che non riusciamo a controllare, come in questa immagine:
 


Incongruenza

Gli elementi di noi che mostriamo o che nascondiamo agli altri sono analizzati dalla finestra di Johari.

La finestra di Johari

La Finestra di Johari  è stata ideata nel 1955 da Joseph Luft e Harry Ingham  (Johary deriva dalla combinazione delle iniziali dei loro nomi), allo scopo di evidenziare alcuni aspetti della comunicazione interpersonale e delle dinamiche di gruppo.

La finestra è divisa in quattro quadranti, sulla base delle due dimensioni prese in esame:
1. quello che io so di me
2. quello che gli altri sanno di me

La finestra di Johari



Il primo quadrante, l’area pubblica, è riferita agli elementi che sia io che gli altri conosciamo di me: qualche mia caratteristica molto evidente, di cui tutti si accorgono quando entrano in contatto con me.
 
Il secondo quadrante, l’area privata, si riferisce a quegli aspetti di noi che noi conosciamo, ma che non comunichiamo agli altri, preferendo tenerli nascosti.

Il terzo quadrante, l’area cieca, si riferisce ad aspetti di noi che agli altri sono evidenti, ma che non lo sono per noi. Ad esempio, potrebbe trattarsi di nostre convinzioni inconsce. Le convinzioni di cui non siamo consapevoli sono le più potenti, sono quelle che ci governano più tirannicamente. 
“Le idee che non sappiamo di possedere ci possiedono” James Hillman
Essere consapevoli delle nostre convinzioni ci fa guadagnare un certo margine di libertà, ci permette di renderci conto che i nostri pensieri non sono la realtà, che è anche possibile vedere le cose diversamente.
Di queste convinzioni inconsce si accorgono più facilmente gli altri che noi stessi. Si deducono dai comportamenti, dalle emozioni, dagli atteggiamenti, da ciò che è ripetitivo e soprattutto dai problemi ricorrenti. “La persona vive come se fosse convinta che…” , “La persona si relaziona come se le cose fossero… ”

Un po’ di tempo fa ho assistito ad una rimpatriata tra vecchi compagni di scuola, in cui una ragazza raccontò di una sua storia d’amore finita male: dopo averle fatto subire tradimenti e umiliazioni di ogni genere, il suo compagno l’aveva lasciata. Lei riteneva di essere molto sfortunata in amore, ma era l’unica a pensarlo. I suoi ex compagni, che la conoscevano da molto tempo e che avevano sentito raccontare da lei storie simili un sacco di volte,  pensavano che non si trattasse di sfortuna, ma che lei si andasse a cercare sempre quel genere di uomini e di relazioni. Ma di tutto questo lei non era consapevole.

Possiamo aumentare la nostra consapevolezza circa quello che gli altri sanno di noi e che noi non sappiamo, decidendoci ad accettare feedback che ricorrentemente ci sono stati dati dagli altri, e che noi non abbiamo mai accettato. Probabilmente, se un certo feedback ci è stato dato più volte, magari da persone diverse, ha un fondamento di verità. Forse non è stato detto con le parole giuste, forse non è vero del tutto, forse non è vero sempre, ma se molte persone pensano la stessa cosa di noi un perché ci sarà. Possiamo chiederci: “Cosa succederebbe se accettassi questo feedback?”

Riguardo al quarto quadrante, l’area ignota, possiamo accedervi soltanto con l’immaginazione, dal momento che contiene elementi che né io né gli altri conosciamo.

Finestra di Joahari - allargamento del primo quadrante


Qualche considerazione:
  • La comunicazione (con gli altri e con se stessi) migliora quanto più il primo quadrante si allarga a spese degli altri: quando si accettano i feedback degli altri, e, sempre più, si mostrano agli altri aspetti della propria personalità. In pratica: la conoscenza reciproca ingrandisce il primo quadrante a spese degli altri.
  • Un cambiamento in un quadrante ha effetti su tutti gli altri quadranti.
  • La minaccia tende a far diminuire la consapevolezza, la fiducia reciproca tende ad accrescerla.
  • Non è consigliabile una consapevolezza (rivelazione) forzata; di solito non è efficace.
  • Nascondere alcuni aspetti di noi che non ci piacciono, ed impegnarsi nel respingere i feedback degli altri sono attività che richiedono una grande energia. L’allargamento del primo quadrante ci permette di evitare questo dispendio energetico e di utilizzare la nostra energia in modo più utile. 
Questo “allargamento” del primo quadrante indica una direzione, non un obiettivo da raggiungere: ci saranno sempre cose di noi che vorremo tenere segrete agli altri, e cose che gli altri vedranno di noi, e noi no. Un pochino di “"maschera” la indosseremo sempre. Se non è sempre possibile fare a meno delle maschere, l’importante è non identificarsi con esse, rimanendone intrappolati.


Attorno al 1825 Giacomo Leopardi  scriveva a questo proposito:
Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine. Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro vestiti; non faranno minori effetti di prima, e staranno più a loro agio. Perché pur finalmente, questo finger sempre, ancorché inutile, e questo sempre rappresentare una persona diversissima dalla propria, non si può fare senza impaccio e fastidio grande.
Giacomo Leopardi, Dialogo di Timandro e di Eleandro
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ACT e Mindfulness,13,coaching e crescita professionale,26,counseling e crescita personale,31,eventi e news,26,PNL,25,PNL Apps,13,PNL Meta,16,problem solving e obiettivi,20,
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Pragmatica-Mente: coaching e counseling a Bologna : Indossiamo tutti una maschera?
Indossiamo tutti una maschera?
Ci presentiamo agli altri in modo da ottenere un qualche effetto e di orientare le aspettative.
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